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Quanta attendibilità hanno le diagnosi cliniche di oggi?

Una delle prime cose che insegnano all’università di Psicologia è l’importanza di considerare molti aspetti nel definire un comportamento come patologico, tra questi il contiunuum tra normalità e patologia, ed il relativismo storico culturale. Cosa significa? Il primo che in casi non estremi, è bene considerare quella linea di confine che separa comportamenti e sintomi “strani” ma non problematici, da quelli patologici. Una persona diversa e un po’ bizzarra non è necessariamente schizotipica, ci sono molti elementi da valutare per effettuare questo tipo di diagnosi. La cosa insomma, è tutt’altro che semplice.



La questione però sulla quale voglio discutere con voi oggi, riguarda soprattutto l’importanza del relativismo storico culturale, ossia il periodo storico, culturale e sociale del soggetto che viene preso in analisi. Eccovi un esempio concreto. Charlotte Perkins Gilman, era una scrittrice americana nata nel 1860, leader del movimento radicale femminista. All’età di 25 anni, poco dopo il matrimonio e subito dopo la nascita di una bambina, diventò a suo dire “un relitto mentale”. Ecco come lei stessa descriveva la sua sofferenza : “ Mi adagiavo in quell’inerzia e piangevo tutto il giorno. Andavo a letto piangendo, mi svegliavo la notte piangendo, mi sedevo sul bordo del letto la mattina e piangevo, per un assoluto continuo dolore… La bambina? …Volevo tenerla vicina, ma invece di amore e felicità sentivo soltanto dolore. Le lacrime scorrevano sul mio seno… Niente era più profondamente penoso del rendermi conto che anche la maternità non mi dava alcuna gioia”

Charlotte ebbe un’infanzia difficile, fu la secondogenita di tre bambini, il più grande morì e dopo la nascita del più piccolo il padre abbondonò la famiglia che iniziò a soffrire di povertà ed instabilità, traslocando 19 volte in 18 anni. Ciò che fece più soffrire Charlotte però, fu l’assenza di manifestazioni d’affetto da parte della madre. La donna si rifiutava di toccare la figlia per prepararla a suo dire, al non aspettarsi manifestazioni d’affetto dagli altri. Nonostante questo riuscì a raggiungere alti livelli d’istruzione, diventando insegnante e poetessa.



Dopo il suo tracollo nervoso, decise di ricorrere al trattamento del più grande “specialista” di nervi del suo tempo : il Dott. Weir Mitchell di Philadelphia. Il dottore diagnosticò a Charlotte una “prostrazione nervosa isterica”, situazione che si riteneva causata da un sovraccarico lavorativo negli uomini e nelle donne da un eccessivo impegno sociale, famigliare o intellettuale. Le prescrisse così la “cura del riposo”, durante la quale dovette stare a letto per mesi, in isolamento con una dieta a base di carne rossa e latte e tenere il più possibile con sé la bambina, senza toccare più pennello o matita.

Questa cura risultò efficace per molti paziente ma per Charlotte non fu così. Anzi, peggiorò notevolmente e sentì di aver perso completamente la testa, cosa ovvia se si tiene conto di quanto importante fosse per lei la sua attività intellettuale. Una volta ripresasi dal collasso, abbandonò marito e figlia per riprendere completamente la vita lavorativa. Scrisse un libro “La carta gialla” nel quale condannava la “cura del riposo”, rimedio che conduce sull’orlo della follia.

Sono ben chiari oggi, i limiti della diagnosi di quel tempo. Il dott. Mitchell era un esperto in materia eppure la sua comprensione e valutazione del caso si dimostrò totalmente sbagliata. Con la conoscenza che abbiamo attualmente dei disturbi mentali, uno psicologo clinico probabilmente classificherebbe e il disturbo di Charlotte come una diagnosi di disturbo depressivo maggiore post-partum e lo tratterebbe con una combinazione di psicoterapia e antidepressivi.

La domanda che sorge spontanea e che pongo a voi come spunto di riflessione è : Una Charlotte di questo tempo si rivolge ad uno psicologo clinico che le somministra la Reboxetina, farmaco antidepressivo. Come valuterebbe questo trattamento un manuale di psicologia del 2150? Apparirebbe tanto strano come a noi la scelta del Dott. Mitchell per il caso di Charlotte?



La mia opinione personale vede il disturbo mentale come un qualcosa di altamente complesso e non ancora del tutto comprensibile . Effettuiamo valutazioni cliniche senza quella totale certezza che viene in parte colmata dal supporto di un manuale di criteri diagnostici. Manuale utilissimo e perfezionato nel corso degli anni, ma con molti limiti che non gli permettono di essere paragonato ad un qualsiasi altro manuale di botanica, chimica, medicina.  Quel che sappiamo è poco ancora e che sappiamo fare ancora meno, ma sapere di non sapere è la premessa per qualsiasi serio sviluppo futuro di una scienza.

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